Wabi sabi

Sul finire del XVI secolo, il monaco Zen Sen no Rikyū prese servizio come maestro del tè presso uno dei principali feudatari giapponesi dell’epoca. La cerimonia del tè, nata otto secoli prima in Cina, si era diffusa recentemente fra i samurai chiamati a proteggere i castelli dei feudatari, che già consumavano parecchio tè per rimanere svegli, e da momento di pausa fra una guardia e l’altra era degenerata in un rito sfarzoso praticato in tutta la società. Sen no Rikyū la riportò alle proprie origini, un momento di presenza nel qui e ora e di compassione, ristabilendo principi zen come semplicità e sobrietà.

La cerimonia del tè secondo la formula di Sen no Rikyū è chiamata Wabi Cha, ed è utilizzata da Beth Kempton nel libro Wabi sabi per spiegare la prima parte di quella locuzione che indica una filosofia di vita di cui non si trova traccia nei principali dizionari di lingua giapponese, benché sia ampiamente diffusa nell’arcipelago. L’altra parte, sabi, letteralmente significa “aspetto antico”, o “elegante semplicità”, e viene usata dai giapponesi per indicare una bellezza proveniente dal trascorrere del tempo. Wabi sabi indica un composto di semplicità, imperfezione e impermanenza, e insegna il non attaccamento così come la gratitudine. C’è molto che possiamo imparare da questa filosofia, specie quando la confrontiamo con la tendenza di noi occidentali al materialismo, al perfezionismo e alla paura di invecchiare.

Wabi sabi nella vita reale

Wabi sabi ci insegna a semplificare e prioritizzare le cose “giuste”, senza essere troppo duri con noi stessi nella fase di cambiamento.

Wabi sabi ci invita ad accettare il fallimento come un momento di passaggio. Se nella vita non si smette mai di imparare, come si dice, occorre quindi mettere in preventivo errori e fallimenti dai quali trarremo insegnamento, ogni volta che iniziamo un nuovo percorso. Shunryū Suzuki ce lo ricorda nel suo libro Mente Zen, mente di principiante:

Nella mente del principiante ci sono diverse possibilità che mancano in quella dell’esperto.

Shunryū Suzuki

Wabi sabi ci chiede di accettare il cambiamento. Poiché tutto è impermanente dobbiamo essere pronti al cambiamento, anche di quanto appaia stabile. Tanto più ci attaccheremo a quella stabilità, tanto meno saremo in grado di adattarci al cambiamento e fronteggiare le conseguenze di questo. Allo stesso modo, siamo chiamati ad accettare che non siamo perfetti, che la nostra vita non sarà mai quella dei profili curati che scorriamo su Instagram o Facebook.

Un altro aspetto interessante di Wabi sabi è la chiamata a immergersi nella natura di cui siamo parte, imparando a osservare il mondo anziché limitarci a guardarlo ed essere presenti in ogni momento (una delle cose che ho imparato attraverso la meditazione). Culturalmente, questo atteggiamento si ritrova nelle stagioni giapponesi, che non sono 4 ma 24, divise in 72 micro-stagioni, ognuna dedicata a un piccolo cambiamento nella natura, come “il risveglio degli insetti ibernati” o “la nebbia comincia a muoversi”. Qualcosa di vagamente simile lo ritroviamo nei nostri “giorni della merla”.

Per ricordarci di essere parte della natura, Wabi sabi ci invita a raccogliere o utilizzare materiali naturali come pietre e legno per arredare le nostre case, al contempo ricercando il minimalismo anche nelle nostre abitazioni, facendo spazio per le cose importanti e che ci procurano gioia.

Nel tempo che rimane

Wabi sabi ci ricorda che fra di noi ci sono persone destinate a vivere a lungo e altre che forse domani non ci saranno più. Questo ci spinge a ricercare significato e valore in ogni momento della nostra vita, in ogni momento con gli altri, accettando la nostra e la loro impermanenza e il trascorrere del tempo, rifuggendo dalla ricerca della perfezione e della stabilità e imparando ad assaporare il nostro tè mentre fuori le cicale se la cantano.

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