Una questione di metodo

Per raccontare una storia, sostiene lo scrittore Luca Doninelli in un saggio che mi è tornato fra le mani qualche settimana fa, è necessario un metodo, e per avere un metodo occorre qualcuno che te lo dia. Ricordo di esserci passato quando volevo scrivere racconti, ma a venti anni di distanza non sono più tanto d’accordo. Io, il mio metodo, me lo sono costruito da solo. Rubando un po’ da uno e un po’ dall’altro, alla faccia di Doninelli, da cui sicuramente ho preso qualcosa. Dopo aver riposto il saggio sullo scaffale della scrivania con l’intenzione di rileggerlo per intero, mi sono detto che per fortuna il mio metodo per vivere intenzionalmente è esplicitamente fornito con l’indicazione di prendere ognuno quello che meglio gli funziona. Doninelli mi odierà, ho pensato. In ogni caso, non era di questo che volevo scrivere oggi, bensì del mio metodo per meditare, e di nuovo ho provato quella spiacevole sensazione di avere uno che ti dice quello che devi fare, e questa volta di essere io quello che ti dice. Però, visto che in tanti me l’hanno chiesto, ho pensato di scrivere due righe sul mio modo di praticare.

Dunque, io quando medito seguo la scuola Zen, depurata dello Zen. Ovvero, io dello Zen conosco solo quello che ho letto sui libri, ma da quello che ho capito la chiave di tutto è lo zazen, ovvero la meditazione seduta. Di stili di meditazione ne ho provati diversi, e mentre all’inizio quello yogi con la ripetizione del mantra ohm mi sembrava il più adatto a me, ora mi pare che questo esercizio di focalizzarsi sul metodo lasci il tempo che trovi. Perché, non è il come meditiamo che fa la differenza, è il farlo o meno che cambia radicalmente le cose. E questo vale in qualunque altro ambito della nostra vita.

Quelli che seguono non sono quindi principi Zen, ma una raccolta di tutto quello che ho imparato rimescolato in un modo che a me funziona e che può essere replicato in attività diverse dalla meditazione.

Come meditare

Anzi, come medito io, che non posso dire sia giusto, ma di certo funziona.

1. Riscaldamento

Prima di iniziare a praticare, svolto una seduta di Yoga, o di esercizi tibetani. Questo mi aiuta a trovare lo spirito giusto per iniziare la meditazione. Ammesso che serva uno spirito giusto, ma a me serve.

2. Preliminari

Che vuoi farci, sono un romanticone. Mi siedo in terra a gambe incrociate sul mio cuscino. Inizio facendo ruotare la testa, adagiandola su una spalla prima, poi sulla schiena, sull’altra spalla, sul petto, e ancora; due giri in senso orario, e due in senso antiorario. Poi appoggio le mani sulle ginocchia e ruoto il torso da una parte prima, e poi dall’altra. Infine mi piego lateralmente da un lato e poi dall’altro, come un pendolo, fino a fermarmi lentamente.

3. Posizione

A questo punto adagio le punte delle dita della mano sinistra su quelle della destra, e avvicino i pollici. Oppure le porto sopra le ginocchia, rivolte verso l’alto. Immagino che una carrucola fissa sul soffitto e collegata alla mia spina dorsale mi tiri verso l’alto per raddrizzarmi. Chiudo gli occhi e inspiro profondamente dal naso, espirando poi dalla bocca. Ripeto cinque volte, e sono pronto.

4. Pratica

A questo punto lascio che il respiro si regolarizzi: identifico l’aria che entra dal naso ed penetra nei polmoni, gonfiando prima il petto e poi la pancia, prima di uscire di nuovo dal naso. Ogni volta che arriva un pensiero, gli dico che non ho tempo per lui, e di tornare più tardi. Cioè, non glielo dico per davvero, ma insomma, ci siamo capiti. A volte lo etichetto per quello che è: lavoro, famiglia, cose da fare… Dopo un po’ smetto e mi godo quel momento di pace.

5. Ritorno

Di solito pratico usano l’app Oak, che è un semplice timer (di cui in realtà non c’è bisogno, ma non potendo prendermi tutto il tempo che vorrei per questo…) e registra i giorni consecutivi di meditazione e i minuti meditati (tenere traccia dei giorni aiuta soprattutto all’inizio, mentre registrare come spendi il tuo tempo aiuta a capire tante cose). Quando suona il gong, ripeto i movimenti circolari della testa e la torsione del busto, prima di allungare le braccia verso l’alto così da stiracchiarmi un po’. Infine riapro gli occhi.

Il vantaggio di avere un metodo

In realtà al posto del termine metodo avrei dovuto usare quello routine. O abitudine. Rito o rituale. È nella creazione di sequenze predefinite che sviluppiamo la disciplina che ci tiene in pista anche quando sbandiamo.

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