Suonare le note sbagliate

Miles Davis, una delle figure più importanti della musica del XX secolo, era uno di quei trombettisti che sbagliavano più note in assoluto. Suonava regolarmente note sbagliate, spesso storpiava quelle giuste, ma nessuno se ne accorgeva, o se se ne accorgeva un secondo dopo credeva di aver sentito male. Come fosse possibile, lo spiegò lo stesso Miles:

Non è la nota che suoni che è sbagliata: è la nota che suoni dopo che la rende giusta o sbagliata.

Miles Davis

Davis è stato forse il più importante musicista jazz. E uno dei migliori improvvisatori: per capirci, dei migliori dischi non ha mai scritto gli spartiti, giusto qualche idea. Sceglieva i migliori talenti e gli diceva: “Ti pago per esercitarti sul palco”. Quando qualcuno gli obiettava che esercitarsi significa sbagliare e il pubblico avrebbe potuto risentirsene, lui rispondeva: “Tu esercitati, al pubblico ci penso io” (c’è un fantastico documentario su Netflix che racconta la storia di Davis, con la musica di Davis).

A differenza di quello che si è soliti pensare, nel jazz l’improvvisazione è improvvisazione solo per l’1 per cento. Il 99 per cento sono frasi fatte, accordi costruiti a tavolino, scale mandate a memoria e suonate da una nota qualsiasi all’altra, magari saltandone una o più o aggiungendone una di passaggio, ma insomma cose così. Quell’un per cento che fa di quello che suoniamo improvvisazione è definito dai tecnici magia, ed è una magia che consiste nella capacità di suonare le note sbagliate.

Un grande assolo jazz consiste di 1% magia e 99 per cento cose che sono spiegabili, analizzabili, categorizzatili, fattibili.

Mark Levine

Sul sito The Jazz Piano Site, l’autore Ta spiega in modo tremendamente semplice il concetto chiave dell’improvvisazione. Una melodia improvvisata è sostanzialmente una storia, e come in tutte le storie è prima necessario generare suspense e poi risolverla. Nella musica questa suspense si genera creando tensione, ovvero suonando note dissonanti, discordanti rispetto all’accordo sopra a cui le suoniamo. Da qui il nome di note sbagliate (che non sono parte della scala relativa all’accordo che si suona) o note da evitare (che pur essendo parte della scala sono dissonanti rispetto alle note dell’accordo). La risoluzione avviene quando finalmente suoniamo le note giuste (quelle della scala, o meglio dell’accordo, o meglio quelle guida o la fondamentale). Ma…

Non ci sono note sbagliate, solo risoluzioni sbagliate.

Bill Evans

Bill Evans è uno dei pianisti più importanti della storia del jazz. Il suo ingresso nella storia avviene quando Davis lo invita a suonare con lui e, insieme ai sassofonisti John Coltrane e Cannonball Adderley, il bassista Paul Chambers e il batterista Jimmy Cobb, incidono Kind Of Blue, il più grande disco di musica jazz, un album che piace anche ai non appassionati di jazz, e che lanciando la musica modale influenzerà non solo il jazz, ma anche la musica rock e classica. L’intero album è stato registrato in tre sessioni, senza uno straccio di spartito: i musicisti avevano solo dei fogli su cui Davis aveva scritto qualche idea. Non so se quello che Evans dice riguardo alle note sbagliate derivi dalla sua esperienza con Davis, ma il senso è lo stesso: una nota è sbagliata se non è risolta nel modo giusto.

Quello che facciamo ogni giorno, in ogni momento, non è giusto o sbagliato in assoluto, anche se la teoria dice che è sbagliato. Dipende da quello che facciamo subito dopo, o dalle conseguenze che quello che facciamo ha. E questo spesso e volentieri lo scopriamo solo collegando i puntini a ritroso. Per non suonare note sbagliate dobbiamo sapere quali note suonare dopo. O meglio, se sappiamo quali note suonare dopo possiamo suonare tutte le note sbagliate che vogliamo. Non dovremmo quindi preoccuparci tanto di sbagliare quello che facciamo, quanto di avere le competenze necessarie per trasformalo in una cosa giusta. In fondo la vita è improvvisazione no? Per il 99 per cento cose spiegabili e ripetibili, e per l’1 per cento magia.

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