Progettare il cambiamento

La scorsa settimana, disegnando alla lavagna un grafico dei propri obiettivi, un mio cliente ha usato il termine “apprendimento” per descrivere delle attività a cui i propri utenti sarebbero stati indirizzati con l’obiettivo finale di vendergli un prodotto per la propria formazione. Gli ho suggerito di usare il termine “attività di aggiornamento” o “attività di crescita” per spostare l’attenzione dall’impegno necessario (studiare) al risultato che ne sarebbe conseguito (crescita professionale). Come il mio cliente, molti di noi — io compreso — commettiamo spesso questo errore, focalizzarci sul fare e non sull’obiettivo, ma basta un piccolo accorgimento per cambiare approccio ai progetti e alle attività di tutti i giorni, e imparare a progettare il cambiamento per raggiungerlo senza intoppi.

Troppo spesso infatti, quando sentiamo l’esigenza di dedicarci a un nuovo progetto o attività, siamo bloccati da quello che dobbiamo fare perché troppo impegnativo, costoso, o difficile. Questo avviene perché non ci focalizziamo sui benefici che raggiungeremo, ma su quello che ci è richiesto per ottenerli.

Individuare i risultati concreti che raggiungeremo mettendoci il nostro impegno non è però sufficiente a farci schiodare il sedere dalla sedia e rimboccarci le maniche, perché il nostro sedere pesa e ogni attività importante lo rende ancora più pesante. Per sbloccarci abbiamo bisogno di concentrare la nostra attenzione su un singolo aspetto del nostro progetto.

Definire l’obiettivo

Ogni progetto o attività ha:

  • una componente di valore
  • una componente di contorno.

Per metterci in moto abbiamo bisogno di focalizzarci sulla componente di valore. Come ci insegna Pareto, infatti, del totale delle attività necessarie per raggiungere l’obiettivo finale solo il 20 per cento grosso modo determinerà il nostro successo. Ovvero, è dal 20 per cento delle attività a cui ci dedicheremo che deriverà la componente di valore. Il resto è contorno.

Quando definiamo degli obiettivi, dovremmo avere la capacità di concentrarci sul 20 per cento da cui dipenderà il nostro successo. Chiamalo se vuoi un sotto-obiettivo, ma, quello che ho imparato nella mia esperienza, è che l’obiettivo reale è quello: generare valore. Questo MIG — most important goal, per usare una terminologia che conosciamo — può essere raggiunto solo se compiamo determinati passi, ovvero se realizziamo determinati MIT — most important task. Se per definire un obiettivo è necessario porre l’accento sui benefici e sui perché di questo, per raggiungerlo è invece necessario concentrarsi su un processo specifico e positivo.

Così, se “dimagrire dieci chili entro Natale“ non ci stimola per nulla a iniziare una dieta, “cambiare abitudini alimentari e riprendere a fare attività fisica per mantenere il nostro corpo in salute “ ci dà certamente più motivazioni. Però, è vago. Cominciare a mangiare frutta a metà mattina e pomeriggio anziché dopo i pasti, consumare almeno due porzioni di verdura al giorno, e correre almeno cinque minuti un giorno sì e uno no sono attività che possiamo compiere senza troppa fatica e che non richiedono particolare impegno, eppure hanno il risultato di indirizzarci verso la generazione del valore racchiuso nel nostro obiettivo. Sono attività che, una volta schiodato il sedere dalla sedia, è così facile portare a termine che spesso finiremo con il fare qualcosa in più. Ed è proprio grazie a questo “qualcosa in più” che troveremo poi il ritmo necessario per raggiungere l’obiettivo. E però, siccome non richiedono chissà quale impegno, non ci bloccano sulla sedia.

Scrive James Clear a proposito:

Avere il coraggio di iniziare è molto più importante di raggiungere il successo perché le persone che iniziano costantemente sono le uniche che alla fine concludono qualcosa.


MVP e abitudini

Charles Dhuigg in La dittatura delle abitudini, così come Leo Babauta in Essential Zen Habits e Stephen Guise in Mini habits descrivono bene questo processo: partire in piccolo focalizzandosi su quello che nel mondo delle startup è chiamato MVP.

MVP sta per minimum viabile product e indica le caratteristiche minime che un prodotto deve avere per dimostrare il proprio valore, facendo correre i minori rischi possibili all’azienda. Nel nostro caso, potremmo parlare di minimum viable MIG, obiettivo minimo per generare quella componente di valore da cui derivano i benefici delle nostre attività o progetti, senza rischiare di fallire o addirittura di non iniziare mai.

Pratica e scivoloni

Applico da tempo questo approccio nella mia vita e nello specifico al progetto di Vivere Intenzionalmente, con qualche scivolone ogni tanto. Così mi concentro su quello che è importante — questa newsletter — senza guardare a tutto quello che andrebbe fatto — trovare il modo di farci qualche soldo in più — ma facendo quello che serve — scrivere gli articoli — per ottenere quello che desidero — coltivare la mia passione per la scrittura — e generare la componente di valore del progetto — condividere esperienze e riflessioni che mi sono state utili e che potrebbero servire anche ad altri.

Concentrarsi su valore e processo è la chiave per realizzare i nostri progetti. Tutto il resto è contorno, ma questo non significa che non serva. Solo, viene dopo, e non necessita del nostro miglior tempo.

Per mettere in pratica questo approccio, è sufficiente porsi qualche semplice domanda:

  • Qual è la componente di valore del mio progetto?
  • Quali delle attività che andrò a fare determinerà il mio “successo”?
  • Qual è il minimo che devo fare per ottenere valore da queste attività?

Sfruttando questo approccio è possibile progettare un cambiamento e ridurre le componenti di attrito che ci impedirebbero di 1) schiodare il sedere dalla sedia e 2) realizzare la componente di valore da cui dipende il nostro successo.

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