Perché meditare

Siamo tutti cercatori di senso. Su questa cosa mi sono soffermato a riflettere parecchio nell’ultima settima, perché sto affrontando un punto chiave del mio libro sulla meditazione: perché meditare. Non perché tu dovresti farlo, ma perché la gente medita, da millenni, in ogni angolo del mondo.

Oggi molti lo fanno per i benefici che essa procura, o perché ne hanno letto da qualche parte, ma la meditazione ha origini completamente scorrelate da questi benefici e curiosamente comuni ai diversi popoli della Terra. E infatti abbiamo meditazione di tipo buddista, indù, cinese, cristiana, sufi, e anche scientifica o farmaceutica per così dire. La pratica è divenuta pop negli ultimi 30 anni grazie a studi scientifici che ne hanno evidenziato il potere curativo, ed è divenuta accessibile a tutti perché la Silicon Valley ha deciso di investire in diverse app per smartphone. Il mio punto sulla meditazione è che essa è l’unico tipo di ricerca senza oggetto di ricerca, ovvero l’unica attività che ci renda cercatori in senso assoluto. Ma mi resta la domanda: perché meditare?

Una soluzione innaturale a un problema moderno

Il matematico Cal Newport ha portato alla mia attenzione un dibattito fra Sam Harris, giornalista da tempo impegnato alla promozione della meditazione, e l’attore Stephen Fry. Fry sostiene che quando ci troviamo in uno stato di malattia cronica ci siamo discostati da uno stato naturale a cui il nostro corpo si è abituato attraverso l’evoluzione. Allenamento e dieta, per esempio, ripropongono due condizioni naturali a cui l’uomo paleolitico era abituato, ovvero essere in costante movimento e non avere sempre a portata ogni tipo di cibo spazzatura, e da cui ci siamo discostati. Contrariamente, la meditazione non sembra replicare un atteggiamento che abbiamo perso, ma è un’attività artificiale e anche abbastanza complicata. Allora Harris risponde che la lettura pure è un’attività artificiale, o meglio non naturale, e complicata, ma così come la lettura anche la meditazione aiuta la nostra specie a evolversi.

Newport riprende il discorso e definisce la meditazione, soprattutto quella secolare, un palliativo volto a ridurre malattie mentali e fisiche che ci infliggiamo attraverso il nostro stile di vita, che non risolve un problema naturale come l’esigenza di muoversi o cibarsi in modo adeguato. Il problema sollevato da Newport, che è autore di due libri sul tema specifico ( Digital Minimalism e Deep Work), è la proliferazione di schermi che ci espongono a distrazioni continue.


Quello che ci restituisce la meditazione

Nulla da eccepire su questo punto, che affronto in modo più ampio nel mio libro Vivere intenzionalmente, ma a mio avviso l’analisi di Newport è limitata. Seguendo il discorso di Fry, sono giunto a questa conclusione: la meditazione è la risposta naturale alla perdita della capacità di attenzione a cui i nostri antenati erano “abituati”, perché per sopravvivere dovevano guardarsi da predatori che si nascondevano attorno a loro, stare attenti a non ammalarsi perché non avevano medicine per curarsi, stare attenti a procurarsi da mangiare perché non avevano scorte, stare attenti alla strada che percorrevano per essere in grado di ritornare a casa perché non avevano mappe, e soprattutto stare attenti e riflettere e indagare su tutto perché non avevano Wikipedia e uno smartphone a portata di mano. Insomma, loro la propria mente la usavano molto di più di noi. I nostri antenati erano attenti a vivere, mentre noi per vivere abbiamo bisogno di rallentare, imparare a dire di no, e interrogarci sui nostri valori e ideali, perché siamo perennemente esposti a verità di altri che strumenti di successo fittizio come i social network ci propongono come esempio da replicare, cosa che ci costringe a vivere in una camera dell’eco e ci impedisce di esprimere il nostro io.

La meditazione nella storia

Torniamo al punto. Perché meditare. Gli uomini hanno meditato dall’inizio dei tempi o a un certo qualcuno ha inventato la meditazione? La connessione fra questa e la religione è naturale o innaturale? Essendo credente, fatico a comprendere il punto di un ateo, ma un ateo crede nella vita dopo la morte o nell’esistenza di un creatore? Senza un creatore, da dove vengono tutte le cose e perché ci sono? Gli umani hanno meditato dall’inizio dei tempi, o qualcuno a un certo punto ha inventato la meditazione? Gli animali meditano?

Questo è il problema di essere cercatori di senso. Ho condotto delle brevi ricerche e le risposte non ci sono, o non sono così chiare: la meditazione ha circa 5000 anni di storia, ma non è chiaro se qualcuno l’abbia inventata o meno. E gli animali pare non conoscano la differenza fra l’essere e il fare, e dunque non avrebbero l’esigenza di meditare per essere, cosa che invece noi uomini facciamo (sic.) per smettere di fare e limitarci a essere.

In un film su un cane l’unico a non recitare è il cane.

Letta su Reddit.

Quindi ok, forse la meditazione non è proprio naturalissima, ma visto che nessuno l’ha inventata, forse è sempre esistita. Ho letto anche che potrebbe essere una codificazione dell’attività di starsene seduti a contemplare il fuoco. Ma potrebbe essere anche l’attività di starsene seduti a guardare un tramonto o le stelle, senza l’iPhone in mano, senza un lavoro che generi preoccupazione, con la pancia piena e una caverna in cui dormire per evitare di essere mangiati vivi. Così però rischiamo di sconfinare nella contemplazione.

Cosa succede meditando

Tradizionalmente gli umani hanno meditato in cerca di pace, felicità, cambiamento interiore, o semplicemente per imparare a controllare la propria mente, che è un po’ il trend di ora, con la mindfulness. Meditare ci aiuta infatti a usare in modo intenzionale due dei più importanti strumenti a nostra disposizione: mente e attenzione.

La meditazione e la mente

Il nostro stato mentale è uno degli aspetti che determinano il successo e la felicità. Il ricercatore Shawn Achor, indagando proprio quest’ultimo tema, ha scoperto che persone in stati che noi definiremmo quanto meno disagiati sono in grado di essere più felici di altri che hanno di tutto e di più. Altri ricercatori, attraverso studi su coppie di gemelli, hanno rilevato che la maggior parte degli elementi che determino la felicità sono collegati alla nostra vita interiore, e solo una minima parte proviene da fuori di noi. In questo gioco, la mente ha un ruolo non secondario. Se sorridiamo, spiega per esempio Richard Wiseman in The If Principle, siamo felici, e non il contrario. Ma non è questo il punto. La meditazione insegna a controllare la mente attraverso l’attenzione.

La meditazione e l’attenzione

L’attenzione è uno strumento di coscienza e conoscenza. Qualunque cosa a cui rivolgiamo la nostra attenzione entra della nostra vita. Appena però vogliamo l’attenzione da un’altra parte, quella cosa lì esce dalla nostra vita. E infatti diciamo lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Sviluppando la capacità di indirizzare la tua attenzione verso quello che vuoi e tenerla in quella direzione, evitando a ogni agente di distrazione di manipolare le tue intenzioni, guadagni l’abilità di perseguire i tuoi valori e ideali. E poi chiaramente ci sono tutti quei vantaggi che la pratica si porta appresso, dai benefici fisici alla riduzione dello stress, fino ad arrivare alla pace interiore, intesa come quella capacità di stare bene con te stesso, di essere soddisfatto e contento senza bisogno di nulla.

Meditare per meditare

Dunque, attraverso la meditazione siamo in grado di prendere il controllo della nostra mente, imparando a dirigere la nostra attenzione verso ciò che vogliamo e tenerla lì, impedendo al rumore di sottofondo di distrarci da quello a cui siamo attenti. Possiamo sintetizzare dicendo che impariamo a essere coscienti della nostra attenzione. Non a caso, i maestri Zen mettono alla prova i propri allievi percuotendoli mentre essi siedono in meditazione con gli occhi chiusi. Solo il monaco che è davvero attento nella propria meditazione è in grado di schivare il colpo.

Ritornando (con l’attenzione) alle (nostre) origini, direi che allenare l’attenzione è coltivare il nostro istinto di sopravvivenza, cosa che abbiamo perso di vista a causa di tutte quelle cose che abbiamo da fare e dell’agio su cui siamo seduti. Attraverso il mio libro mi sto impegnando ad aiutare chi sta muovendo i primi passi, o volesse iniziare a praticare, a riconoscere i momenti di difficoltà, che non mancano, e superarli, così da riuscire a meditare per il piacere di meditare. Senza nessun altro motivo. E questo è uno dei punti più difficili e in fondo anche più semplici: una cosa alla fine la fai perché ti piace, e il motivo per cui ti piace è in un certo senso secondario.

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