Non ancora

Ogni attività a cui ci dedichiamo può essere approcciata in due modi. Da un lato questo è indicativo del nostro carattere, dall’altro prendere coscienza del modo in cui affrontiamo le cose ci aiuta a coltivare la nostra crescita personale. Vediamo qualche esempio.

Davanti a una sfida possiamo tirarci indietro o abbracciarla con entusiasmo. Davanti a un ostacolo possiamo deprimerci e arrenderci, oppure incaponirci e risolvere il problema in un modo o nell’altro.

Quando ci si presenta un’attività che richiede un certo impegno, possiamo subirlo perché non vediamo i vantaggi di accollarci anche questo ulteriore sforzo, o affrontarlo come parte del processo per arrivare alla meta.

Una critica negativa può essere ignorata perché chi ce l’ha posta non ha capito quello che stiamo facendo, oppure essere sfruttata comunque come stimolo per imparare qualcosa di nuovo o semplicemente guardare le cose da un altro punto di vista.

Davanti al successo degli altri possiamo provare invidia, o sentirci minacciati, o al contrario esserne stimolati e prenderli come nuovi riferimenti.

Nel sul libro Mindset Carol Dweck, docente di psicologia a Stanford, ha individuato due profili a partire da questi opposti approcci:

  • fixed mindset (approccio mentale fisso), tipico di chi non vuole mai fare la figura dello stupido, e quindi valuta ogni situazione dal punto di vista della sua capacità di avere successo, essere considerato intelligente e accettato dal gruppo dei pari;
  • growth mindset (approccio mentale volto alla crescita), che ritroviamo in chi vede in ogni attività la possibilità di imparare qualcosa di nuovo.

Un approccio mentale volto alla crescita è basato sulla convinzione che le proprie competenze siano qualcosa da coltivare e che possono migliorare con lo sforzo. Al contrario, chi ha un approccio mentale fisso ritiene che per certe cose sia proprio negato e non possa farci nulla, mentre per altre sia invece portato per natura.

La capacità di cambiare atteggiamento mentale è un superpotere. Per questo cresco i miei figli attraverso un principio che ignoravo fosse stato codificato da Dweck: “non ancora”.

Quando mi sento chiedere “non sono capace, puoi farlo tu?” ribadisco che il modo migliore per affrontare il problema è dire “non sono ANCORA capace, mi aiuti a imparare?“. Se usi “non ancora” ti rendi conto che sei lungo una curva di apprendimento, proiettato verso il futuro. “Mi aiuti a imparare” è diverso da “mi insegni” perché nel primo caso loro sono il soggetto, nel secondo l’oggetto.

Tutti nasciamo con un approccio mentale volto alla crescita. Da bambini dobbiamo e vogliono imparare tutto per necessità. Quando guardo i miei figli, mi sembra normale che loro non sappiano ancora fare delle cose. Quando guardo a me stesso, invece, non sempre ho questo atteggiamento. Attraverso la meditazione ho imparato però a mantenere uno spirito osservativo nei confronti di me stesso e della realtà che mi circonda, e questo mi aiuta a rendermi conto di quando mi sto fossilizzando sul primo modello e di conseguenza togliermi di dosso quella ruggine che con gli anni si va formando.

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