L’arte di lavorare, fra vocazione e sogno

Tutti noi a un certo punto nella vita abbiamo avuto quella sensazione, di essere nati per realizzare un progetto. Ci siamo sentiti che sì, proprio quello era il nostro destino, quello per cui eravamo nati. Poi è stata un’altra storia, ci siamo piegati alla volontà del caso o alla sorte, e siamo arrivati fin qui quasi senza rendercene conto. Per questo ho scritto un ebook che sarà presto disponibile, Sognare per vivere, in cui ribadisco l’importanza nella nostra vita di continuare a inseguire i nostri sogni.

In The Art of Work, Jeff Goins definisce quella sensazione “vocazione” e analizza approfonditamente il concetto, illustrando con diversi esempi di esperienze proprie e altrui come riconoscere e alimentare una “chiamata”. Il termine che Jeff ripete spesso è proprio questo: calling, l’inglese per chiamata, vocazione. Il punto di partenza è esattamente quello di cui scrivevo sopra: tutti siamo chiamati a fare qualcosa, ma tanti si lasciano travolgere dalle circostanze della vita e finiscono col percorrere una strada diversa.

Jeff sostiene che una vocazione passi attraverso sette stadi di sviluppo e a ognuno di questi dedica una parte del proprio libro:

  1. presa di coscienza, per cui è necessario l’ascolto di se stessi;
  2. apprendistato, che può avvenire in maniera consapevole o meno, ma che non prescinde mai dalla presenza di uno o più mentor;
  3. pratica, con tutte le sofferenze del caso, perché una vera vocazione è riconoscibile solo dal fatto che richiede sacrifici e presenta momenti di difficoltà;
  4. scoperta, che dà forma all’illuminazione iniziale;
  5. fallimento, necessario spesso più volte prima di raggiungere il successo;
  6. creazione di un portfolio, perché una vocazione non è mai una sola cosa, ma un insieme di aspetti che la compongono;
  7. eredità, quello che prepari da lasciare agli altri quando non ci sarai più.

Una vocazione è quello che scopri guardando indietro nella tua vita, cercando di dare un senso a quello che la vita ha cercato di spiegarti. Questo è un altro tema su cui sono perfettamente allineato. L’aspetto più particolare della vocazione, scrive Jeff, è il suo paradosso: sei in grado di riconoscere una missione solo quando ti sei già avventurato in quella direzione. Prima viene il lavoro, poi l’epifania.

Il libro di Jeff è ben scritto e raccoglie diversi aneddoti interessanti, anche se alle volte l’autore si perde un po’ troppo in questi racconti di vite vissute in cui, a dire il vero, non eccelle. Quello in cui è straordinario è nell’estrapolare da ognuna di esse un aspetto tipico della vocazione.

Al centro del racconto c’è l’esperienza personale di Jeff, che ha mollato il proprio lavoro con il sogno di diventare uno scrittore full time, in cui mi sono in parte riconosciuto. Il concetto di portfolio è cruciale per lo sviluppo della propria vocazione. E così attorno al libro Jeff ha costruito podcast e blogpost che lo promuovono e un corso per aiutare chi vuole scoprire e inseguire la propria vocazione. L’idea commerciale si sposa bene con il concetto stesso di chiamata e in particolare con quello di eredità che Jeff sottolinea fin dall’inizio. Non basta leggere un libro per dare una svolta alla propria vita, ma lavorarci un po’ sopra può aiutare a farlo.

Uno dei motivi per cui mi è piaciuto molto il testo di Jeff è che molti aspetti li avevo già trattati nei post da cui ha avuto origine il mio ebook. Quello che per Jeff è il riconoscimento di una “missione”, per me è la (ri)scoperta del sogno, da cui deriva la necessità di regredire allo stato infantile per ritrovare il coraggio e l’incoscienza di coltivare le proprie passioni.

The Art of Work è disponibile in inglese su Amazon. Visto che nessuno dei precedenti libri di Jeff è stato tradotto in italiano, non credo che questo lo sarà a breve, ma meriterebbe certo di esserlo.

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