L’arma del dolore

Fino a qualche anno fa il mio corpo non aveva mai dato segni di cedimento. Poi un emangioma, un’infiammazione cronica dei tendini rotulei, l’artrite psoriasica, la cataratta e ora il distacco della retina. Al di là delle magagne che ognuno di noi ha, quello che mi ha fatto riflettere molto sulla mia vita è stata questa forma di artrite congenita che mi è toccata in sorte e che è diventata il promemoria della mia vita.

Memento mori

Le mie articolazioni sono infiammate da tempo. Anche se prendo delle medicine per ridurre l’infiammazione, essa ritorna a fare capolino nel giro di un paio di giorni. Prima ha messo fuorigioco le mie ginocchia, e ora si sta concentrando sulle mani, i piedi e il torace.

Ogni mattina, quando mia alzo, la trovo lì ad aspettarmi. Le do il buongiorno – è sempre la prima a ricordarmi di essere vivo – e poi insieme prendiamo il tappetino per fare Yoga, meditiamo, leggiamo, pianifichiamo la giornata e poi facciamo colazione con la mia famiglia.

Ogni giorno è un po’ peggio. Ogni tanto mi sveglio la mattina con un pezzo incriccato. Con un po’ di esercizi mi rimetto in carreggiata e se non mi fermo i dolori si trasformano in semplice rumore di sottofondo. Essi però sono sempre lì a ricordarmi — appena mi fermo — che prima o poi le mie articolazioni si deformeranno e — al netto del dolore che si può lenire — qualche guaio in più me lo provocheranno, con il potenziale di impedirmi di scrivere. Per fortuna ci sono software per la dettatura su cui potrò fare affidamento se le cure che mi prescriveranno non riusciranno a impedire il pasticciaccio.

Nel mondo ci sono milioni di persone che stanno peggio di me, quindi non posso certo lamentarmi della mia fornitura, anzi devo ringraziare tutti i giorni Dio di avermi messo nelle condizioni di fare tante cose che agli altri sono precluse.

Il dolore che provo ogni giorno è un promemoria che mi ricorda che il tempo a mia disposizione è finito. Finito nel senso che ha un limite.


Il cerchio della vita

Qualche tempo fa il CEO del fondo di venture capital con cui collaboro ha disegnato alla lavagna un cerchio. Stimando la vita media in 80 anni, in cima ci ha messo uno zero, e in basso un 40. Ci ha detto qualcosa del genere: “Io sono qui, poco prima dei 40: ho ancora qualche anno per fare la differenza, quindi non posso rimandare le cose in cui posso fare la differenza”. Come il tempo, anche l’energia a nostra disposizione è finita e intorno ai 40 anni abbiamo il massimo beneficio da parte di entrambi.

Ai 40 — dove mi trovo io ora — infatti abbiamo messo da parte un sufficiente numero di esperienze per affrontare le sfide che ci poniamo e, al netto degli imprevisti, abbiamo ancora una ragionevole quantità di tempo per raggiungere i nostri obiettivi di vita e di lavoro. Allo stesso modo, le energie non sono certo più quelle dei vent’anni, ma abbiamo imparato a dosarle e sono ancora sufficienti per sostenerci negli impegni che ci siamo presi.

Il mio ensō

Sul mio iPhone c’è da tempo quella specie di logo che ho fatto per Vivere Intenzionalmente. Si tratta di un ensō stilizzato. L’ensō — cerchio in giapponese — è un simbolo del Buddismo Zen che richiama l’illuminazione, la forza, e l’universo. È un momento in cui la mente è libera di lasciare che il corpo sia creativo.

Può essere aperto o chiuso, a seconda che si voglia significare la purezza della perfezione o dell’imperfezione. Il mio è quasi completamente chiuso, ma gli ho dato un altro significato. Serve a ricordarmi che la mia vita non è ancora finita, anche se una buona parte l’ho già consumata e non mi è dato sapere quanta ancora ne rimane. L’artrite mi ricorda tutti i giorni questa cosa, che il tempo a mia disposizione, così come l’energia che mi è toccata in sorte, è finito.

L’unica certezza che ho è che domani ne avrò di meno. Le condizioni per realizzare i miei progetti di vita e di lavoro sono complicate oggi come lo erano 10 o 20 anni fa. Prima avevo più tempo ed energie, ma non avevo l’esperienza necessaria a progredire nei miei piani. Né avevo dei veri e propri piani: non mi prendevo cura del mio corpo, non mi preoccupavo della mia mente, né della mia salute.

Della stessa mia vita non avevo chiaro che farne: vivevo alla giornata senza un vero e proprio progetto di lungo corso. Non avevo mai riflettuto sul concetto di eredità: quello che voglio lasciare a chi viene dopo di me, quello che voglio lasciare ai miei cari.

A farmi svoltare, qualche anno fa, è stata la notizia dell’arrivo di mia figlia, giunta nel momento in cui i risultati di alcuni esami del sangue indicavano una pericolosa crescita dei valori che indicano problemi al fegato. Fortunatamente, si trattava di una steatosi epatica che sono riuscito a eliminare con un paio di anni di dieta ferrea perché erano causati da eccesso di grassi e da un’alimentazione snaturata, congiunta con la predisposizione del mio fegato a ingrossarsi (la mia passione per la birra, la pizza, i fritti e insomma tutte quelle cose buone).

Adesso o mai più

Ogni giorno i dolori alle articolazioni mi ricordano che è tempo di agire nella mia vita anziché attendere che le condizioni siano favorevoli. Perché non lo saranno mai. E con più tempo aspetto, meno tempo mi rimane per realizzare i miei progetti e mettere insieme quell’eredità che mi sono prefissato di lasciare in dono ai miei cari e a chi viene dopo di me. Ed è anche per questo che ho deciso di raccogliere in un corso e in un libro tutte quelle cose che avrei voluto sapere fin dall’inizio per iniziare a vivere intenzionalmente un po’ prima.

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