Circa l’essere e la sua insoddisfazione

Qualche giorno fa mi sono ritrovato al centro di un dibattito circa l’espressione del viso che un mio cliente avrebbe dovuto assumere in una foto per promuovere il suo nuovo prodotto. Lui cercava di assumere una specifica espressione per convincere chi avrebbe guardato la foto della bontà del prodotto. La consulente di personal branding suggeriva una posa diversa, uno sfondo specifico, e un vestito più in tema. Io ho invitato il mio cliente a essere se stesso, senza atteggiarsi, perché al naturale è una calamita per l’attenzione di chi ha di fronte, e quando si mette in posa il suo magnetismo viene meno. Ognuno di noi, temo, passa attraverso questo harakiri tutte le volte che cerca di fare qualcosa per apparire diverso da quello che è.

Nell’articolo sulla differenza fra essere e fare raccontavo di quella esperienza unica di essere il padre di mia figlia senza fare nulla di speciale. Il problema di essere è che tante volte non ci soddisfa, e da questa insoddisfazione scaturisce il bisogno di fare qualcosa per cancellare il disagio che proviamo. Funzioniamo così, mi pare, quando non ci mettiamo la testa, e questo è uno dei motivi alla radice della mia ricerca sul tema della mindfulness. Però non è obbligatorio. Anzi, spesso sei meglio di quello che credi e nel tentativo di proiettare un’immagine migliore o semplicemente diversa di te finisci col creare un conflitto fra quello che fai e quello che sei. È da questa discrepanza che origina quell’insoddisfazione perenne che ci portiamo dietro. Ed è per questo che dovremmo preoccuparci un po’ di più del nostro personal brand, ovvero di quello che ci rende unici.

Per essere noi stessi non dobbiamo fare altro che levare di torno tutte quelle cose che ce lo impediscono e che spesso subiamo per nostra scelta, perché è più semplice che cambiare le cose. A te, cosa ti impedisce di essere te stesso?

Ti lascio con questa domanda perché io ci sto riflettendo da parecchio tempo, e benché abbia compiuto notevoli progressi in merito, più vado avanti più mi rendo conto che essere me stesso è molto più difficile che fare quello che mi viene detto di fare per essere quello che vorrei essere. Che poi il punto è proprio quello: imparare a fare quello che siamo e non essere quello che facciamo. In fondo quello che siamo è sempre meglio di una reazione a uno stimolo esterno.

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