L’immortalità è vicina, ma è una fregatura

Se potessi essere immortale, sceglieresti di non morire? È una domanda da porsi, perché un giorno neppure troppo lontano la scienza ci chiamerà a esprimere il nostro consenso, come avviene oggi per la donazione degli organi. Ti spiego quello che sta per succedere più avanti nel post, ma prima vorrei che riflettessi un attimo con me su questa domanda e quelle che si porta dietro.

Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali. Jorge Luis Borges

Viviamo in costante ricerca dell’immortalità, ma ne vale davvero la pena? La vogliamo davvero? Amici e follower mi hanno fatto notare che dipende. Da varie cose. L’immortalità è estesa ai miei cari? E quelli che sono già morti? È garantito un buono stato di salute? Posso cambiare idea? Provo a darti degli spunti per rispondere.

Il paradosso della mortalità

Partiamo dall’inizio. La nostra percezione della morte è inevitabile e impossibile. La morte non rappresenta nulla per noi disse una volta Epicuro. Sappiamo che ci aspetta, ma non sappiamo cosa sia, la morte. Che sarà di noi quando non saremo più noi?

Boh. Non siamo neppure in grado di immaginare la nostra esistenza come qualcosa di diverso dalla nostra esistenza, per il semplice fatto che non abbiamo esperienza diretta della non esistenza. D’altra parte, parrà evidente anche a te che esistendo non puoi avere esperienza della tua non esistenza, perché non puoi essere nei due stati contemporaneamente e anche se potessi passare da uno all’altro, non essendoci canali di comunicazione, non riusciresti a scambiarti le informazioni necessarie a comprendere lo stato in cui non sei. E se pure lo fossi, ti potresti solo fornire una descrizione più o meno accurata, ma ancora non potresti comprendere fino in fondo le differenze perché non saresti capace di vivere entrambi gli stati nello stesso istante.

L’istinto di sopravvivenza

L’uomo è una macchina programmata per sopravvivere. Il nostro istinto ultimo è proprio quello: non morire. Per questo stiamo attenti a tutto ciò che facciamo, ci curiamo, ci adattiamo all’evoluzione del pianeta e della nostra situazione. Per questo pure ci riproduciamo, convinti che una parte di noi ci sopravviva nelle creature che mettiamo al mondo.

Sappiamo che dobbiamo morire, ma siamo in costante ricerca dell’immortalità. Se non proprio del nostro corpo, almeno della nostra anima. Di cui per altro non esiste prova scientifica, in quanto qualunque nostra percezione è riconducibile a un ingranaggio del nostro corpo.

Qualunque religione prospetta una vita dopo la morte proprio perché il nostro obiettivo, quello per cui siamo programmati, è vivere per sempre. Altrimenti, seguiremmo una religione diversa. Per certi aspetti, la religione stessa, così come la ricerca dell’immortalità, è un’estensione del nostro istinto di sopravvivenza.

L’immortalità è dietro l’angolo

Da sempre la scienza cerca di risolvere la morte un problema alla volta. Oggi esistono associazioni che agiscono proprio così: fanno l’elenco delle cause di morte e si attivano per depennarle una a una.

L’aspettativa di vita media alla nascita era di circa 20 anni all’età della pietra. All’inizio del XX secolo era di 40 anni. Oggi di 80 anni. Secondo i transumanisti, potrebbe raddoppiare ancora nell’arco della nostra vita.

Per la precisione, mia figlia, che è nata nel 2015, ha un’aspettativa di vita di 83,1 anni. Fra qualche generazione, i miei pronipoti potrebbero essere immortali, ma non sono sicuro che vorranno esserlo.

L’aspettativa di vita media infatti aumenta di quasi tre mesi all’anno. In maniera esponenziale, ha spiegato David Orban, docente della Singularity University, in un talk a Pi Campus. Significa che ogni aumento è un aumento dell’aumento, non del valore a oggi. Ray Kurzweil, uno dei più accreditati futurologi al mondo, oltre che scienziato e inventore, sostiene che nel giro di sette anni la scienza possa arrivare a portare questa aspettativa di vita a crescere di un anno all’anno. Ray aveva già previsto dieci anni fa che per il 2017 saremmo stati in grado di portare la crescita dell’aspettativa di vita a 3-4 mesi all’anno, e dati alla mano ci siamo quasi. Dal 2022 dovremmo essere in grado di garantirci un anno di vita media in più per ogni anno di ricerca. Nel 2099, ha previsto Ray, il concetto stesso di “aspettativa di vita” sarà divenuto irrilevante per gli esseri umani e le macchine grazie all’immortalità medica e ai computer avanzati.

Con l’aumentare dell’età, però, è noto a tutti che il nostro corpo si deteriora e insorgono malattie come la demenza senile e l’Alzheimer. Fattori che la scienza, tutto sommato, può risolvere. Futurologi e tecno-utopici, partendo dal fatto che tutti noi rimpiazziamo il 98 per cento dei nostri atomi ogni anno, ipotizzano che presto saremo in grado di scaricare dal nostro cervello i dati psichici necessari a ricostruire o addirittura riprodurre il nostro corpo.

Fantascienza? Fino a un certo punto. La carne coltivata in serra oggi ha un prezzo accessibile e pare che sia di una qualità sufficientemente gradevole al palato, mentre solo due anni fa, quando fu dato il primo morso a un hamburger da orto, era una cosa piuttosto insipida. Nello stesso periodo di tempo, o su per giù, è stato abbattuto il costo della decodifica del nostro DNA. Oggi per un’analisi si spendono ancora migliaia di dollari, ma fra cinque anni si stima che possa essere sufficiente qualche decina di centesimi di euro e forse la passerà la mutua.

L’immortalità è statisticamente una bufala

L’immortalità non ha nulla a che fare con la Vita, almeno come noi la conosciamo, perché ciò che non muore non ha necessità di nascere. Anonimo

L’immortalità purtroppo non sarebbe una cosa facilmente accessibile, almeno stando agli studi del biologo ed evoluzionista Steven Austad. Questi ha calcolato che, anche eliminate le cause di invecchiamento e malattia, l’uomo avrebbe comunque a che fare con un numero di possibilità di morte che ne ridurrebbero la vita media a “soli” 5.775 anni. Se ti ammazzano, insomma, muori. Se ti ammazzi, idem, muori. Anche se fossi “immortale”, potresti morire per scelta. Non necessariamente tua.

L’essenza della morte

In Immortality Stephen Cave descrive le quattro principali narrative dell’immortalità:

  • vivere per sempre;
  • risorgere;
  • avere un’anima:
  • avere un’eredità.

Davanti alla prima narrativa, l’unica che implica gioco forza una permanenza costante su questa terra, la nostra vita perde di valore. Perché fare qualunque cosa oggi quando potremmo farla in uno dei cinquemila e rotti anni a venire? Che valore ha l’oggi di fronte all’infinito tempo che ci è dato? Accontentiamoci pure di 5.775 anni: se sapessi di vivere così a lungo, come cambierebbe la tua vita? A che età ti sposeresti? Quando smetteresti di lavorare? Cosa faresti oggi?

L’aspetto religioso

Come cristiano, a complicare ulteriormente questa riflessione è la consapevolezza che la vita è il bene più grande che Dio ci ha donato, dopo suo Figlio, e che rifiutarlo è come rifiutare Dio stesso. Se potessi vivere per sempre, sarei comunque chiamato ad abbracciare la morte come veicolo per la vita eterna, ma come potrei scegliere di togliermi la vita?

Sono implicazioni non di poco conto, quando pensi che viviamo in una società organizzata con leggi, iniziative e strutture pensate per non farti morire. Eppure, in caso di immortalità, la morte mi parrebbe una scelta a cui sarei chiamato da Dio per abbracciare quello che Gesù Cristo ci ha promesso.

Venisse anche a mancare questo aspetto, si tratterebbe comunque di una scelta che farei per vivere appieno la mia vita.

A cosa serve la morte

È l’idea stessa di avere a disposizione un tempo limitato che ci spinge a chiederci chi siamo e a sforzarci di godercelo, mi ha suggerito un amico su Facebook. Concordo. In un certo senso, senza metterci dei limiti rischieremmo di “sprecare” tutta la vita che ci siamo regalati perché tanto c’è ancora tempo, ignorando che l’aspettativa di vita è un mero calcolo matematico e che domani potremmo morire fulminati1.

Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che abbia mai trovato per aiutarmi a fare le grandi scelte della mia vita.

Quasi ogni cosa, tutti i fattori esterni, le cose di cui sono fiero, le paure, gli imbarazzi, i fallimenti, tutte queste cose spariscono davanti alla morte, lasciando solo quello che è davvero importante.

Ricordarti che stai per morire è il miglior modo che conosco per evitare la trappola di pensare che hai qualcosa da perdere. Sei già nudo. Non c’è motivo per non seguire il tuo cuore.

Nessuno vuole morire. Anche chi aspira ad andare in Paradiso, d’istinto, non vuole morire per andarci. E ancora, la morte è la destinazione che tutti condividiamo. Nessuno l’ha mai evitata, ed è esattamente così che dovrebbe essere, perché la morte è molto probabilmente la singola miglior invenzione della vita. È un fattore di cambiamento della vita. Toglie di mezzo il vecchio per aprire la strada al nuovo. Steve Jobs

Senza morte corriamo il rischio di non avere stimoli per vivere appieno la vita.

Ti rifaccio la domanda: Se potessi essere immortale, sceglieresti di non morire?

Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Cesare Pavese

Sognare per vivere

Siccome siamo dunque destinati alla morte e anzi, in un certo senso, irrazionalmente o no, la bramiamo, torna di fondamentale importanza la realizzazione dei nostri sogni. Di recente ho pubblicato un ebook sul tema: s’intitola Sognare per Vivere e in una cinquantina di pagina ho provato a spiegare come riscoprire il coraggio e l’incoscienza che avevamo da bambini per imparare di nuovo a sognare.


  1. Fra il 1992 e il 2001 in USA sono morte 518 persone fulminate. Capita. 

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