I cinque tibetani: i benefici dei riti e alcune indicazioni per la pratica

Da qualche anno soffro di una malattia che mi procura dei dolori alle articolazioni. Fa parte del gioco. Per alleviare il dolore mi è utile tenere il corpo in movimento, ed è così che ho iniziato a correre e praticare Yoga, e da questo sono arrivato ai cinque riti tibetani, i cui benefici dopo qualche settimana iniziano a farsi notare. Per questo ho deciso di approfondire l’argomento, nei confronti del quale ero inizialmente parecchio scettico.

I cinque tibetani – come vengono comunemente chiamati – sono tecnicamente esercizi di stretching e sforzo isometrico/isotonico combinati con il controllo della respirazione. Essi lavorano su alcuni organi interni del nostro corpo, rielaborando alcune posizioni tradizionali dello Yoga.

I benefici dei cinque tibetani sono essenzialmente:

  • incremento dell’energia;
  • incremento della chiarezza mentale e della capacità di concentrazione;
  • rafforzamento e maggior flessibilità dei muscoli;
  • miglioramento della respirazione;
  • rafforzamento del corpo;
  • riduzione dello stress;
  • generazione della calma mentale;
  • rallentamento del processo di invecchiamento del nostro corpo.

A differenza delle altre attività fisiche, nei 5 tibetani l’importante non è quello che facciamo, ma l’attenzione e la presenza nella pratica. Solo nella pratica costante – vuole la tradizione – si nasconde il segreto del successo.

Questi riti rappresentano uno spazio che ci prendiamo per stare con noi stessi.

La storia dei 5 riti tibetani

Questa pratica fu rivelata al mondo dall’americano Peter Kelder, che nel suo libro The eye of revelation: ancient secret of the fountain of youth, tradotto in italiano con il titolo I 5 tibetani, pubblicato nel 1939, racconta di un incontro con un ufficiale dell’esercito britannico – chiamato colonnello Bradford – il quale durante il proprio servizio aveva sentito raccontare di uno sperduto monastero tibetano dove era custodita la fonte della giovinezza.

Partito alla ricerca di questa fontana, il militare fece ritorno visibilmente ringiovanito, e raccontò a Kelder di questo monastero dove vecchi monaci con corpi giovanissimi e ottima salute gli insegnarono i propri riti.

I cinque tibetani, la cui tradizione avrebbe più di 2.500 anni, a causa della posizione del monastero, lontanissimo dalla civiltà, sarebbero divenuti la leggenda della fonte della giovinezza.

Questo Kelder è un personaggio di cui si sa poco, ma di cui è certo che abbia girato il mondo. Egli affermò che il colonnello Bradford sarebbe una persona reale, ma molti hanno insinuato il dubbio che si tratti di uno pseudonimo.

Nel 1946 Kelder pubblicò una versione aggiornata del libro, in cui raccolse testimonianza di persone i cui mali vennero “curati” dalla pratica dei rit.

I 5 tibetani sembrano provenire dallo Yoga praticato in Tibet, che enfatizza sequenze continue di movimento, mentre lo Yoga indiano privilegia il mantenimento della posizione.

Detto questo, essi non sono mai stati riconosciuti come autentiche pratiche tibetane dai tibetani stessi.

Lo scopo di questi esercizi è riattivare i 7 chakra, sette punti nevralgici del nostro corpo, fonte del “potere spirituale” secondo la tradizione dello Yoga. Forse è il caso di approfondire.


I 7 cackra allenati dai 5 tibetani

Mappa dei chakra - Fonte WikimediaLungo l’asse centrale del nostro corpo si trovano cinque organi – tutti connessi alla colonna vertebrale – in corrispondenza dei quali gli Indù individuano sette centri di energia. Scientificamente parlando, possiamo intendere questa energia come il campo elettromagnetico che questi organi emanano, come ogni altro oggetto su questa terra.

Questi chakra non sono altro che ghiandole endocrine che secernono ormoni. Quanto tutto va bene, stiamo bene. Quando qualcuna di queste ghiandole non compie adeguatamente il proprio dovere – solitamente perché noi glielo impediamo con il nostro stile di vita – arranchiamo. Quando non peggio.

Ecco, veramente la questione dei chakra è parecchio più complessa, ma giusto per darti l’idea:

  • i chakra ricevono, assimilano e trasmettono l’energia vitale, chiamata prana;
  • essi ruotano velocemente, facendo fluire l’energia verso l’alto;
  • quando un chakra viene rallentato, lo stato di energia vitale del nostro corpo peggiora e di conseguenza peggiora il nostro stato di salute;
  • i 5 tibetani ristabiliscono e mantengono una corretta rotazione dei chakra, consentendo al corpo di ritrovare salute e combattere il proprio invecchiamento.

Chakra è una parola sanscrita che significa “ruota” o “vortice”, e descrive la “forma” di questi centri di energia. Essi sono considerati porte di accesso all’essenza del nostro corpo. Che è pieno di questi punti, grosso modo situati in corrispondenza di quelli dove vengono infilati gli aghi nell’agopuntura.

I chakra su cui lavorano i tibetani sono i 7 principali:

  • corona (ghiandola pituitaria)
  • fronte (ghiandola pineale)
  • gola (tiroide)
  • cuore (timo)
  • plesso solare (pancreas)
  • milza (gonadi)
  • radice (ghiandole surrenali).

Ognuno di questi chakra è connesso a diversi organi e funzioni del nostro corpo e del nostro spirito.

I benefici dei 5 tibetani e il segreto dell’eterna giovinezza

I riti tibetani lavorano sull’apparto muscolo-scheletrico e respiratorio, ma hanno anche il potere indotto di liberare la mente, come da tradizione dello Yoga.

Il principale beneficio tratto dall’esecuzione dei 5 tibetani è la normalizzazione dello squilibrio ormonale a cui tutti siamo soggetti. Gli esercizi stimolano le ghiandole endocrine presenti negli organi in questione, il nostro sistema circolatorio, i meridiani e tutta un’altra serie di “pezzi” del nostro corpo, agendo sul livello biochimico di enzimi e ormoni. Questo ci mantiene agili e flessibili e di conseguenza ci fa sentire meglio, contribuendo anche a migliorare il nostro stato mentale ed emozionale.

Riequilibrare intenzionalmente l’attività delle nostre ghiandole / chakra determina uno stato di salute fisica, energetica, psichica e mentale ottimale.

Ci sono diverse opinioni in proposito e quelle che vanno per la maggiore indicano da uno a due mesi il tempo necessario per iniziare a notare dei benefici.

Riassumendo, i 5 tibetani:

  • stimolano le nostre ghiandole endocrine;
  • normalizzano il movimento rotatorio;
  • armonizzano il flusso energetico
  • risolvono gli squilibri ormonali;
  • ci rendono più agili e ci aiutano a mantenere la forma.

Il punto di vista medico sui 5 tibetani

Diversi medici hanno espresso il proprio parare su queste pratiche, e possono essere in sintesi riassunti così:

  • la pratica dei riti migliora la circolazione, favorendo l’eliminazione delle tossine immagazzinate nel tessuto grasso del nostro corpo, negli organi e nelle articolazioni;
  • i cinque esercizi migliorano il flusso di ossigeno verso il cervello, con la naturale conseguenza che questo funziona meglio;
  • la stimolazione dei chakra sarebbe di fatto una stimolazione del sistema endocrino.

Non è questo però il luogo dove approfondire l’aspetto medico.

Controindicazioni alla pratica dei 5 tibetani

Non esistono controindicazioni specifiche alla pratica dei cinque tibetani, ma ognuno di noi deve valutare le condizioni fisiche del proprio corpo. Per ogni esercizio esistono varianti che lo rendono più adatto a gente anziana o con qualche particolare disturbo o acciacco. In ogni caso, come per ogni pratica sportiva, è buona cosa consultare il proprio medico se si soffre di qualche disturbo di salute particolare.

Perché i 5 tibetani andrebbe inclusi nel rituale del mattino

Includere i 5 tibetani all’interno dei nostri rituali del mattino offre diversi vantaggi. Innanzitutto, essi rappresentano un’ottima attività fisica in grado di bruciare tossine e sviluppare una sufficiente quantità di adrenalina per iniziare bene la giornata.

Per praticare tutti e cinque i riti non ci vogliono più di venti minuti. E però, quei venti minuti per prenderci cura del nostro corpo è probabile che non li ritroveremo più durante l’arco della giornata.

Infine, i cinque tibetani sono un ottimo strumento di preparazione alla meditazione. Trovo che meditare dopo aver praticato i riti sia più piacevole che farlo senza preparazione.

Come praticare i cinque tibetani

Prima di praticare i riti tibetani non è necessaria alcuna preparazione, ma trovo che un saluto al sole rappresenti un’ottima preparazione.

Di seguito trovi una breve descrizione dei cinque riti, con alcune indicazioni sugli effetti, le relazioni con lo Yoga, la respirazione e i chakra stimolati.

Primo rito tibetano: energia e mente

Five tibetan rite 1 Ruotare su se stessi in senso orario, con le braccia larghe e le palme delle mani rivolte verso il basso. Lo sguardo è rivolto verso la mano destra per evitare vertigini e nausea che possono sopraggiungere. Oppure – l’ho trovato migliore – fisso su diversi oggetti posti per cosi dire a ore 3, 6, 9 e 12. Incrementare la velocità di rotazione, fermandosi se si avvertono senso di nausea o capogiri. Al termine, riportare le mani lungo i fianchi e fare un paio di lunghi respiri.

Effetto: stimola il flusso dell’energia all’interno del nostro corpo, lavorando sulla spiralità. Migliora il sistema vestibolare. Tonifica l’intero corpo.
Relazione con lo Yoga: variante della posizione della montagna.
Chakra stimolati: tutti.
Respirazione: nomale.

Secondo rito: terra e collo

Five tibetan rite 2 Distesi a terra, braccia lungo i fianchi, portare il mento verso il petto, mantenendo le spalle per terra, poi alzare le gambe unite con i piedi a martello che spingono verso la testa. Ritornare nella posizione iniziale.

Effetto: riduce il grasso attorno alla vita e tonifica i reni. Tutti i vortici dei chakra incrementano velocità e azione. L’intero corpo è supportato dalla terra.
Relazione con lo Yoga: variazione delle posizioni del cadavere e del pilastro.
Chakra stimolati: 1, 2, 3 e 5.
Respirazione: si prende fiato mentre portiamo il mento verso il petto e le gambe in aria, e si espira mentre torniamo alla posizione iniziale.

Terzo rito: aria e polmoni

Five tibetan rite 3 In ginocchio, con le punte dei piedi puntati per terra, le mani sui glutei, e il mento verso il petto: da qui recliniamo la testa all’indietro, eventualmente aprendo la bocca, e inarchiamo la schiena, per poi tornare alla posizione iniziale

Effetto: stretching per l’intera colonna vertebrale, che viene tonificata. Particolare beneficio ne trarranno le persone con spalle cadenti e gobba. Questo esercizio potenzia i muscoli della schiena, migliora la flessibilità della colonna vertebrale e la postura (cosa che ho trovato utilissima per la meditazione seduta che faccio seguire ogni mattina alla pratica dei tibetani), e inoltre rappresenta una sorta di massaggio per gli organi addominali.
Relazione con lo Yoga: variante della posizione del cammello.
Chakra stimolati: 3, 4, 5 e 6.
Respirazione: inspirare quando si inarca ed espirare quando si torna con il mento verso il petto.

Quarto rito: acqua e stomaco

Five tibetan rite 4 Questo rito è un po’ più complicato. Si parte seduti con le gambe distese in avanti e la schiena dritta, le mani appoggiate a fianco del busto con le dita puntate verso i piedi, e il mento sempre sul petto. Si reclina la testa all’indietro e poi si alza il sedere, puntando i piedi per terra, e formando così una specie di ponte, con la testa che “cade” all’indietro.

Effetto: migliora il fluire dell’energia attraverso i chakra, rinforza i polsi e le caviglie, incrementa il movimento delle articolazioni delle spalle ed espande il torace.
Relazione con lo Yoga: posizione dell’Est.
Chakra stimolati: 3, 4 e 5.
Respirazione: inspirare nella fase di “creazione” del ponte, espirare mentre si torna nella posizione iniziale.

Quinto rito: fuoco e lombi

Five tibetan rite 5 Questo rito è quello che mi piace di più. Consiglio di partire in ginocchio, con il busto in orizzontale e le mani in terra all’altezza delle spalle. Ci si alza sui piedi mantenendo le mani in terra e spingendo con le mani sul pavimento fino a raddrizzare le gambe e formare una “V” rovesciata. Questa è la posizione finale da raggiungere, con lo sguardo verso il proprio ombelico. Da qui passiamo alla posizione iniziale portando la testa indietro e poi verso l’alto e seguendo il movimento con il busto, che quindi si ritrova eretto lungo le braccia, stese, e le gambe, stese anch’esse, che non toccano mai terra. I punti di contatto con il pavimento sono le mani e le punte dei piedi. Da qui si parte con lo sguardo in alto, si reclina la testa e portando su il sedere per raggiungere la posizione a “V” si cerca con lo sguardo l’ombelico. Poi si torna nella posizione iniziale, con lo sguardo verso l’alto.

Effetto: stretching per spalle, gambe e colonna vertebrale; fortifica l’intero corpo, in particolare braccia, gambe e piedi; allevia la fatica e “ringiovanisce” il corpo.
Relazione con lo Yoga: si passa dalla posizione del cane che guarda verso l’alto a quella del cane che guarda verso il basso.
Chakra stimolati: tutti.
Respirazione: inspirare mentre si passa dalla posizione del cane che guarda all’insù a quella del cane che guarda verso il basso, espirare quando si torna nella posizione del cane con la testa in sù.

Attenzione alla respirazione

Magari non ti è sfuggito, ma più probabilmente sì. Durante la pratica dei cinque tibetani il fiato viene preso e rilasciato all’opposto di quello che normalmente avviene durante l’esercizio fisico. Si inspira in fase di contrazione e si espira quando ci si distende.

Detto più semplicemente: si inspira nel primo movimento, quello che contrae i muscoli, e si espira mentre si torna in posizione, cioè quando rilassiamo i muscoli.

Piano di allenamento

L’apprendimento di questa disciplina passa attraverso una fase di progressione e ripetizioni. Non si parte mai dalle 21 ripetizioni. Si comincia a seconda delle proprie condizioni fisiche da 3, 5, 7, 9, 11, 13, 15 o 18 ripetizioni. Poi si aggiungendo due ripetizioni ogni due settimane.

Quello che conta sono la regolarità e la qualità, non la quantità di ripetizioni che si fanno. Io, sbagliando, sono partito da 3 aumentando di una al giorno, fino a che non ho scoperto questa cosa e mi sono fermato a 15 per allinearmi con le “regole” della tradizione.

I monaci tibetani praticano i riti sul tappeto della preghiera. Per noi occidentali va più che bene uno di quei tappetini di plastica usati per lo Yoga. Rigorosamente a piedi scalzi.

Non rompere la catena

In tema di regole, la catena non va spezzata. Non ci deve essere un solo giorno senza esercizi.

Però, siccome può capitare, un giorno di mancata pratica è tollerato. Due, no.

Se si interrompe per più di un giorno si regredisce al livello della settimana precedente. Se i giorni di interruzione sono più di due o tre, si torna al livello ancora precedente.

Se la pausa è di un mese o più, si riparte da capo.

Quando eseguire i 5 riti tibetani

Questo tipo di esercizi si possono essere praticati in qualunque momento della giornata. Meglio al mattino, ma si possono eseguire anche alla sera. E se siamo particolarmente in salute, anche al mattino per darci la carica e alla sera per migliorare il sonno.

Mai però fare gli esercizi subito dopo mangiato e mai farsi una doccia fredda dopo gli esercizi. È però concesso lavarsi sia prima che dopo. Personalmente, non mi lavo dopo i riti perché non sudo, ma con l’arrivo del caldo questa cosa potrebbe cambiare.

Una volta terminata la pratica, sdraiarsi a schiena in giù e rilassarsi respirando profondamente.

Il Sesto tibetano

Esiste anche un sesto rito, da praticare però solo dopo aver preso dimestichezza con i primi sei. Nella tradizione è indicato per chi vuole intraprendere una vita monastica e andrebbe praticato solo alla presenza dell’insorgere dello stimolo sessuale. Per questi motivi ho deciso di non trattarlo qui.

Cinque riti per vivere intenzionalmente

Questo articolo l’ho scritto come naturale approfondimento di alcuni temi che affronto nella Sfida di Vivere Intenzionalmente, quello dei rituali del mattino e dell’allenamento di corpo e mente per migliorare gli strumenti che ci servono per vivere secondo le nostre intenzioni.

Benché la pratica di questi riti sia sufficiente a migliorare le proprie condizioni di vita, trovo che includerla all’interno di un rituale costruito attorno alle nostre intenzioni di vita rappresenti il modo migliore per trarne beneficio.

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