Fatti una domanda

Qualche giorno, fa una persona affetta da depressione si é rivolta a me per avere delle risposte. Non la soluzione ai propri problemi, per quello mi ha confidato si é già rivolto a uno specialista – ci mancherebbe altro. Voleva sapere come mi sentissi io a 25 anni. Ora, sarà che ne sono passati più di 16, di anni, da allora, ma lì per lì non ho saputo che rispondere. Tu come ti sentivi a 25 anni?

Comunque, ho provato a rispondergli. E mentre gli scrivevo mi sono ritrovato a riflettere su alcuni punti. Ci ho ragionato su, li ho elaborati, e poi mi sono salvato la risposta nel mio diario.

La mia risposta non riguardava nello specifico come mi sentivo io, a 25 anni, ma era più una riflessione sulla natura delle nostre emozioni, oggi come allora (a 25 anni lavoravo dalle 10 di mattina alle 11 di sera al Corriere di Firenze, poi prendevo il motorino e attraversavo la campagna fiorentina per andare a bere un bicchiere di vino a casa di una fanciulla di cui oggi non ricordo neppure il nome, ma ti assicuro che ne valeva la pena, anche se qualche volta ho rischiato di centrare uno dei contadini che andavano a lavorare nei campi col trattore tornando a casa). Oggi come allora le mie emozioni sono altalenanti, ma allora lo ignoravo. A 25 anni ero molto molto più spensierato di quanto non sia adesso. Ero pieno di sogni e avevo grosso modo le stesse passioni. Anche se non sapevo ancora come coltivare le mie passioni per trovare il mio ikigai, mentre oggi quantomeno ho capito i passi da seguire. Il punto è che siamo in costante cambiamento, e rimanere attaccati a quello che siamo ci produce solo sofferenza. Non attaccamento é anche questo.

Nel corso della nostra vita le fasi depressive si alternano con quelle di esaltazione, e attaccarsi a un noi che sta cambiando non è mai una buona idea. Perché la certezza di essere sulla strada giusta ce l’hai solo quando arrivi nel posto dove-volevi-andare-senza-saperlo. E l’unico modo per arrivarci è andare, in un modo o nell’altro, da qualche parte. Tirando dritto con il nostro piano, zigzagando fra gli imprevisti – veleggiando controvento, come spiego nel mio libro – o tornando indietro e ripartendo da capo. L’unica cosa che conta è divertirci facendolo.

Tutto questo per dire che ogni tanto occorre porsi una domanda non tanto per darsi una risposta, ma per il semplice gusto di ragionarci un po’ su, su quello che facciamo e viviamo, su quello che ci capita, e su dove ci stia portando. Così da trovare un po’ di tempo per pensare. Perché quando ti fai tu una domanda, poi ti ritrovi davanti a una porta chiusa con una maledetta voglia di aprirla per vedere cosa ci sia dietro.

Per esempio, perché ieri… E perché domani… Ma davvero… E come ti sentivi? Cosa ne pensi? Come si può?

Oh, se non hai voglia di porla a te stesso, quella domanda, a me farebbe un sacco piacere se avessi voglia di scrivermi una email e porgerla a me. Che magari quella domanda lì ce l’ho anche io da qualche parte, ma non la trovo più.

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