Etichette

Nella mia riflessione sulla necessità di dotarci di una definizione di noi stessi per presentarci agli sconosciuti, non ho accennato al problema delle etichette. Quelle che gli altri ci appiccicano addosso. E quelle che ogni tanto ci mettiamo sulle spalle da soli.

Come nasce un’etichetta

In molti casi, i nostri genitori ce ne hanno appioppata una ancora prima di nascere, basandosi sul come stavamo in pancia a nostra madre o sui nostri primi passi in questo mondo. Io mi sono sempre sforzato di non commettere questo errore con i miei figli, ma ogni volta che cerco di inquadrarli o parlo di loro ci ricasco. L’errore che commetto è giudicarli per quello che so, che è sempre una frazione di quello che essi sono. Chiunque non sia tu ti conosce in modo limitato e diverso da come ti conosci tu, e quando ti appiccica addosso un etichetta lo fa per comodità. A volte poi è vero il contrario, che gli altri ti conoscono meglio di te stesso, perché vedono le cose in maniera diversa, da un punto di vista esterno, e sono un po’ più oggettivi (nella loro soggettività, sia chiaro).

Il problema delle etichette

Le etichette generano un triplice problema:

  • sono limitate a un aspetto e ne escludono altri;
  • una volta assegnate, sono complicate da rimuovere;
  • inducono l’etichettato a conformarsi all’etichetta.

Un esempio pratico. Dire a un bambino che è cattivo, o che si è comportato da cattivo, lo induce a vedere se stesso come “il cattivo” e di conseguenza a comportarsi come tale per confermare quanto sa. Mi perdonerai la semplificazione: si tratta di un aspetto psicologico che mi è difficile spiegare meglio, intanto fidati. Questo vale anche per gli adulti, un po’ meno, ma prova a pensare a tutte quelle volte che ti sei messo o ti hanno affibbiato un’etichetta e poi ti sei comportato di conseguenza (questa cosa non mi compete, io sono così…). Quello che faccio io con mio figlio quando fa il cattivo – e non perché io sia un genio, ma perché l’ho letto in un libro di specialisti – è spiegare che quel comportamento è da bimbi cattivi (o piccoli) e che lui invece è bravo (o grande) e che i bimbi bravi (grandi) si comportano in un altro specifico modo. Poi gli domando se lui sia buono o cattivo (grande o piccolo) e lui ci pensa su e infine sceglie la risposta giusta, il più delle volte.

Come togliersi le etichette

Per non essere la somma delle etichette che abbiamo è necessario innanzitutto definire se stessi. Evitando di etichettarci a nostra volta, ma riconoscendo gli aspetti principali e secondari del nostro carattere. E poi osservare i nostri comportamenti dall’esterno, senza attaccamento, provando a ragionare su quali etichette ci porterebbero a ricevere (rompiscatole, precisino, malleabile, efficace, veloce…) e se queste siano in linea o meno con i nostri valorié. Io sono così é una delle frasi più pericolose da pronunciare.

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