Eroi

Quando si parla di eroi istintivamente pensiamo a persone che hanno compiuto gesta straordinarie, capaci di un coraggio superiore a quello di noi comuni mortali. Non è esattamente questo il significato di eroe. Eroe viene dal greco eros che originariamente era un feros con la f aspirata. La radice è la stessa del sanscrito vira, uomo forte, da cui il latino vir, uomo vigoroso, virile. I popoli primitivi chiamavano eroi quegli esseri viventi nati dall’unione di un dio e di un essere umano. Per gli antichi i semidei erano déi decaduti o uomini ascesi a divinità per i propri meriti. Nella mitologia, infine, l’eroe è un personaggio capace di gesta prodigiose e meriti eccezionali, per lo più proprio per le origini semi-divine. L’eroe della mia difficile settimana si chiama Thor, figlio di Odino, dio del fulmine e del tuono nella mitologia scandinava, ma molto molto umano.

In Avengers – Endgame, Thor è divenuto un ciccione ubriacone dopo aver fallito nel tentativo di impedire a Thanos di distruggere il proprio pianeta natio, Asgard, e di uccidere metà della popolazione dell’universo. Con i supereroi di tutta la terra e non solo in lotta contro questo mostro, Thor, dopo aver rischiato la vita per forgiare un’ascia in grado di uccidere Thanos, ha infatti fallito il colpo del ko mirando al corpo anziché alla testa, lasciando quindi a Thanos il tempo di compiere il massacro. Così si ritira in riva al mare con i pochi sopravvissuti di Asgard, trascorrendo le giornate a giocare ai videogiochi con gli amici e bere birra. Fino a quando non arriva Hulk a chiedere il suo aiuto per recuperare le gemme dell’infinito che avevano permesso a Thanos di spazzare via metà degli esseri viventi. A quel punto si formano delle squadre di supereroi che devono viaggiare nel tempo, recuperare le gemme e tornare indietro per riportare in vita tutti coloro che furono fatti sparire da Thanos. Thor deve tornare alla reggia di Asgard, proprio nel giorno in cui sua madre morì. Frigga, allevata dalle streghe, riconosce subito il possente figlio nel corpo di quel disperato ciccione, e lo sorprende per un dialogo che cambia il seguito della storia. Thor è in lacrime, come qualunque uomo sarebbe davanti alla madre morta e che sta per morire di nuovo, a meno che lui non intervenga ma non può. La madre sa che Thor viene dal futuro e non deve assolutamente interferire con il passato, altrimenti quel passato cambierà il suo futuro, insomma sarebbe un casino peggiore di quello che già è. Thor deve solo prendere la gemma e andarsene.

Prima di ascoltare le parole di Frigga, che tecnicamente è la madre adottiva di Thor, ma è quella che lui chiama mamma, facciamo un salto in un altro universo. O meglio in un’altra galassia, lontana lontana, dove troviamo un bimbo di nove anni strappato alla madre perché è uno speciale, il prescelto, colui che dovrà eliminare il male. Anakin è in piedi al centro del consiglio dei Jedi, l’organo supremo dell’ordine monastico a cui la Repubblica Galattica affida il mantenimento della pace. Il consiglio è chiamato a decidere se quel bambino, un po’ grandicello per gli standard dell’ordine, possa o meno intraprendere il percorso per diventare un cavaliere Jedi. Il quasi-millenario Maestro Yoda – siamo ne La Minaccia Fantasma, il primo episodio della saga di Star Wars – domanda al bimbo come stia. Ho freddo, risponde Anakin. E allora il maestro chiede: Hai paura?

No, è la prima risposta di Anakin. I maestri spiegano al bambino che riescono a vedere dentro la sua testa e al suo cuore e sentono che è preoccupato per sua madre. Mi manca, ammette il bambino. Hai paura di perderla? chiede Yoda. Al che Anakin, impertinente come solo un bambino può essere davanti al maestro dei maestri, replica: Che cosa c’entra questo con tutto il resto? La risposta del maestro è una grande lezione.

Con tutto c’entra.

La paura è la via per il lato oscuro.

La paura porta alla rabbia. La rabbia porta all’odio. L’odio porta alla sofferenza.

Avverto molta paura in te.

Proprio la morte della madre causata dagli abusi dei Sabbipodi che l’hanno rapita genererà la prima violenta esplosione di rabbia in Anakin, dieci anni più tardi. Il giovane Jedi reagirà sterminando tutte le persone presenti nell’accampamento. Donne e bambini compresi. Sarà il primo passo verso il lato oscuro, di cui poi diverrà il braccio armato.

La rabbia è solo una delle violente passioni a cui il codice Jedi impedisce di dare seguito: Non ci sono passioni, c’è serenità, recita il codice. La rabbia, come l’amore, sono passioni che ci portano a perdere la ragione. Un Jedi deve essere in grado di riconoscere quando il proprio giudizio è viziato dalle proprie passioni, dai propri desideri, dalle proprie speranze. Quanto più ci lasciamo andare a queste passioni, tanto più esse acquisiscono controllo su di noi. A noi sta accettarle per quello che sono e rifiutare di diventare un burattino nelle loro mani, sforzandoci di essere quello che siamo e non quello che loro vorrebbero che fossimo. Quante volte è più facile alzare la voce, sferrare un colpo, compiere un’azione di cui poi ci pentiremo invece di resistere a quei sentimenti violenti che avvertiamo? La rabbia porta all’odio, l’odio alla violenza e alla sofferenza. Il passo è breve. Ma tutto comincia con la paura.

Tutti abbiamo paura di qualcosa. Anzi, di tante cose. Spesso si tratta di paure che non ci sono evidenti. Abbiamo paura di perdere persone a cui teniamo, di perdere il lavoro o il telefono, paura per un esame o per i risultati di un’attività programmata. La rabbia si alimenta di queste paure. Si genera quando una determinata situazione ci presenta un esito differente da quello che attendevamo. O speravamo. I figli che non mangiano la cena, il cliente che non compra, le scarpe bellissime che invece sono scomode… La rabbia è spesso legata alla nostra mancanza di non attaccamento, all’incapacità di accettare le cose per quello che sono e invece rimanere attaccati alla nostra visione delle cose. Questa è una delle lezioni più importanti che mi ha insegnato la meditazione, come ho spiegato nel mio libro La Pratica – Comprendere la meditazione, superare le difficoltà e stabilire un’abitudine salutare. Se ci lasciamo travolgere dalla rabbia e dalle passioni rischiamo di diventare dei mostri. Nella migliore delle ipotesi, ci pentiremo delle nostre azioni. Di azioni che non ci definiscono perché noi non siamo così, ma quando un uomo perde il lume della ragione poi rimane al buio.

Nel buio più totale si trova immerso Thor quando rivede la madre. Non ha armatura e mantello, ma una felpa grigia con sopra una specie di vestaglia rossa, che per l’appunto la regina madre gli chiede dove mai abbia preso. Non c’è tempo, è la mamma che guida il dialogo e Thor da bravo bambino ascolta.

F. Tu non sei affatto il Thor che conosco io.

T. Sì che lo sono.

F. Il futuro non è stato clemente con te, vero?

T. Non ho detto di provenire dal futuro.

F. Sono stata allevata dalle streghe ragazzo, io vedo al di là degli occhi, lo sai bene.

T. (In lacrime) Sì io vengo decisamente dal futuro. Ho un gran bisogno di parlarti.

Si abbracciano. La scena riprende con Thor che racconta alla madre del proprio fallimento, mentre beve da una fiaschetta per riprendersi.

T. La sua testa era da una parte. E Il suo corpo era da un’altra e… Tanto che senso aveva, era troppo tardi. Ero lì impalato… Un idiota con un’ascia.

F. Allora, tu non sei un’idiota. Sei qui, mi pare. A chiedere consiglio alla persona più saggia di Asgard.

T. È così.

F. Idiota no. Se hai fallito? Assolutamente sì.

T. Mi sembri severa.

F. E sai cosa fa di te questo? Ti rende uguale a tutti gli altri.

T. Non dovrei essere uguale a tutti gli altri, no?

F. (Accarezzandogli i capelli) Tutti falliscono nell’essere chi dovrebbero essere, Thor. Il valore di una persona, di un eroe, è dato da quanto riesce veramente a essere se stesso.

T. Mi sei mancata mamma.

Qui Thor e la madre avvicinano le fronti per un’ultima coccola. Infine Thor vorrebbe avvisarla di quello che le sta per succedere, ma non si può fare. Non sei venuto a riparare il mio futuro, ma il tuo gli ricorda la madre.

T. Vorrei che avessimo altro tempo.

F. No, questo è stato un dono. Ora vai e sii l’uomo che sei destinato a essere.

T. Ti voglio bene mamma.

F. Ti voglio bene… E mangia più insalata.

Immagina di essere la mamma di Thor, una volta possente Dio capace di salvare pianeti e trovartelo un giorno davanti nelle vesti di un ciccione con barba e capelli incolti che beve da una fiaschetta e viene in vestaglia dal futuro per salvare metà della popolazione dell’universo. E mangia più insalata non è solo una frase di un’umanità pazzesca. I genitori si preoccupano di cosa mangiano i figli perché da questo dipende la loro crescita. Mangia più insalata significa prenditi cura di te stesso, del tuo corpo, della tua crescita personale, che è poi quello di cui non solo Thor, ma tutto l’universo ha ora bisogno.

Il procione (questa è un’altra lunga storia, ma non è il caso di parlarne qui) avvia il conto alla rovescia per tornare nel presente, ma Thor gli chiede di aspettare e allunga un braccio. Non succede niente. Ma… Che gli succede? chiede il procione. Oh, a volte gli serve qualche secondo dice la mamma per giustificare la difficoltà del figlio. Il martello Mjöllnir, strumento di potere che solo chi ne é meritevole può sollevare, arriva nella mano di Thor. Sono ancora meritevole dice ridendo di gioia il dio del fulmine e del tuono, ora pronto per lo scontro finale.

Tutti i giorni affrontiamo la parte peggiore di noi stessi. A volte perdiamo, altre vinciamo. Quello che farà di noi degli eroi è quanto veramente riusciremo a essere noi stessi. Che è poi il concetto chiave di quello che i guru chiamano crescita personale.

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