La colpa è tua

Un giorno il CEO del fondo di venture capital con cui collaboro ha disegnato alla lavagna un cerchio. In cima ci ha scritto 0. In basso 40. Tenendo conto di un’aspettativa di vita media di 80 anni, questo tipo di cerchio è la rappresentazione grafica del tempo a nostra disposizione. Quanto ti rimane, del cerchio, dipende da dove ti trovi.

Fino ai 40 anni, vale a dire fino al punto più basso del cerchio, la strada è tutta in discesa. Poi è in salita. È attorno ai 40 che siamo in grado di dare il nostro miglior contributo a questo mondo, perché abbiamo alle spalle l’esperienza necessaria e abbiamo ancora sufficiente energia e tempo (forse) per dare il meglio di noi. Tornando verso la parte alta del cerchio, l’energia e il tempo infatti vengono meno, anche se acquisti in esperienza e dunque un po’ recuperi grazie a quella.

Sul mio iPhone c’è come sfondo una rappresentazione di quel cerchio leggermente diversa. È una versione digitalizzata dell’Ensō, un simbolo buddista che si disegna a mano con due pennelli per esprimere un momento in cui la mente lascia libero il corpo di creare. L’Ensō simbolizza l’illuminazione, vale a dire quel momento in cui il praticante si libera dall’attaccamento alle cose terrene e percepisce il vero senso della vita. Io però non sono un buddista.

Disegnare un Ensō è una pratica spirituale che richiede disciplina. Il praticante deve disegnare l’Ensō ogni giorno. Il cerchio può essere aperto o chiuso, a indicare la bellezza dell’imperfezione o della perfezione: in ogni caso, una volta disegnato non può più essere modificato.

Il mio Ensō è un cerchio che non si chiude per poco e mi ricorda che il tempo sta per finire. Non è detto che arrivi a 80 anni, né a 60, né a 50. La vita può terminare da un momento all’altro, senza preavviso, ed è per questo che ho la necessità di rimanere concentrato sul qui e ora. Per fare questo, mi aiuto con la meditazione. Vivere intenzionalmente per me significa spendere il mio tempo e la mia energia in ciò che dà senso a quel cerchio lì, anche se dovesse rimanere così com’è oggi. Vivere pensando che manca poco mi aiuta a eliminare tutte le distrazioni per focalizzarmi sul contributo che voglio dare per lasciare questo mondo un po’ migliore di come l’ho trovato. Sulle cose che sono davvero importanti per me, a partire dalla mia famiglia e dalla scrittura.

Quando guardo a quello che ho disegnato nei miei primi 40 anni, spesso ci vedo cose che una volta non mi piacevano, e ora ho imparato ad apprezzare per quello che mi hanno dato. Finalmente ho trovato il modo di trasformare i mille fallimenti per cui sono passato in un master professionale di vita vissuta, dal quale trarre spunto per godermi il resto del viaggio.

Se ti guardi indietro, suppongo che pure tu comincerai a trovare diverse scuse per giustificare gli sbagli che hai commesso, o per scaricare la responsabilità di quello che è accaduto su scelte compiute da altri o scherzi del destino. L’amico Manuel però mi ha insegnato che il colpevole sono sempre io. È un pensiero un po’ estremo, che però mi ha aiutato negli anni a raddrizzare molte cose, spostando l’attenzione sulle azioni che posso compiere per fare andare le cose come voglio.

Fino a quando la colpa è degli altri, infatti, non puoi farci niente.

Quando invece la colpa è tua, hai la possibilità di agire per fare andare le cose come vuoi tu.

Solo se assumi che la colpa sia tua riesci a comprendere cosa fare, e a trovare una soluzione a quei problemi che sembrano insolubili perché gli altri sono così o il mondo è cosa.

Sono certo che nella tua vita come nelle mia ci sono delle cose che non vanno. Assumiamo che il colpevole sia tu: in che modo puoi agire per cambiare le cose?

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